“La risposta non è rinunciare allo spazio europeo, ma riempirlo di democrazia”. Il mio intervento alla presentazione del #Manifesto di Possibile

“La risposta non è rinunciare allo spazio europeo, ma riempirlo di democrazia”. Il mio intervento alla presentazione del #Manifesto di Possibile
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“La risposta non è rinunciare allo spazio europeo, ma riempirlo di democrazia”

Il mio intervento alla presentazione del #Manifesto di Possibile.

Qualche giorno fa c’è stato il discorso sullo Stato dell’Unione. Chiediamolo un po’ alle 14’000 persone bloccate sulle isole greche, in condizioni inumane e private di futuro. E’ passato un secolo, per tornare ad Ellis Island. Chiediamolo a quelli che stiamo rispedendo in Libia nelle mani dei propri aguzzini.

La nuova retorica nei corridoi di Bruxelles, quella di Juncker nel suo discorso, è quella del pericolo scampato. A un anno e mezzo della Brexit siamo ancora in piedi, in Olanda e Francia non ha vinto l’estrema destra, l’ordine è salvo. E invece no, perché ciò che deve preoccupare non sono solo i voti che prendono i neonazionalismi, ma come stanno mutando profondamente il discorso degli altri. Ne è un esempio questa lunga estate di rigurgiti fascisti disgustosi. Dalla guerra a chi salva le vite in mare, a chi blocca l’arrivo di profughi con le barricate, a chi li scaccia con gli idranti per operazioni di “cleaning”, di pulizia, a chi pubblica annunci omofobi, alle dichiarazioni misogine e sessiste che riempiono i social e non solo…

Il rischio di disgregazioni nell’Ue è purtroppo ancora vivo, e magari non vedremo uscire un altro Stato membro, ma rischiamo di vederne uscire i cittadini. Sempre più al margine, sempre più soli di fronte alle grandi trasformazioni che stanno attraversando le nostre società, l’insicurezza, la paura del futuro, o peggio, del non-futuro.

Nel manifesto c’è tanta Europa, la troverete sfogliandolo, non in un solo capitolo ma in ciascuno. E questa è una scelta. Perché è evidente come tutte le maggiori sfide che ci troviamo di fronte non siano più risolvibili entro i ristretti confini nazionali, e richiedano soluzioni comuni ad un livello superiore e più adeguato, cui va volto lo sguardo e altrettanto impegno.

Anche perché noi qui -lo dice sempre Pippo Civati – siamo, in tutti i sensi, dalla parte sbagliata del muro. Lo siamo avendo una frontiera d’acqua, meta di tante speranze e disperazione insieme, sempre più isolati, come la Grecia, da partner europei ossessionati dal bloccare le persone che vogliono esercitare un legittimo diritto a chiedere asilo in europa, e che poi danno pacche sulle spalle e medagliette a Minniti, mentre con l’altra mano alzano muri alle nostre frontiere. Minniti, che peraltro non fa che attuare strategie decise dal Consiglio europeo e spinte dalla Commissione, per poi venderlo a casa come un successo italiano, raccontando di aver dato la linea, quando si fa mero esecutore dell’esternalizzazione delle frontiere europee. Dimenticando che la vera sfida per il nostro Paese è quella della solidarietà interna, della condivisione delle responsabilità che già chiedono i Trattati, ma su questo pare che il governo abbia mollato. Lo siamo, dalla parte sbagliata del muro, anche di fronte a quei vicini che decidono di tassare una multinazionale allo 0,005 per cento, e poi ci mandano pure le fatture. Lo siamo considerando il moltiplicarsi di eventi climatici estremi di fronte a cui il Paese si mostra fragilissimo, inerme, incapace di reagire ai cambiamenti climatici.

Servono quindi soluzioni comuni al livello adeguato.

E questo vale anzitutto per la sfida migratoria -di cui ha già parlato Andrea Maestri- che è europea e globale. È una vergogna che i governi europei , siccome non riescono a trovare un accordo sulla solidarietà interna, stiano spostando le frontiere più a Sud: in Libia, in Niger, nel Chad. L’ho detto in aula l’altro giorno, secondo l’ultimo rapporto Unicef-IOM il 77% dei minori che transitano attraverso il Mediterraneo centrale sono stati vittima di abusi. Provate a chiamarli migranti economici, perché sono loro le persone che state rimandando dove questi abusi subiscono.

Oltre al costo umano elevatissimo, queste politiche di esternalizzazione non sono nemmeno efficaci ed anzi rischiano di aggravare il problema. Condizionando gli aiuti allo sviluppo al controllo le frontiere, avendo un impatto drammatico sulle economie africane, sostenendo milizie incontrollabili con soldi ed equipaggiamento, mettendo a rischio un’area già instabile.

L’unico modo di scalzare i trafficanti di esseri umani non è pagarli, ma creare vie legali e sicure di accesso all’Unione e a tutti i suoi Stati membri. Altrimenti, e finché non dovesse capovolgersi per magia la cartina d’Europa, gli unici punti d’accesso all’UE continueranno ad essere Italia, Grecia e pochi altri, su rotte pericolosissime, appaltate a criminali. Servono missioni europee di ricerca e soccorso in mare. Bisogna poi superare l’ipocrisia del Regolamento di Dublino, e del criterio del primo Paese d’accesso, che ha messo le maggiori responsabilità sugli Stati ai confini caldi. Riscrivere Dublino è possibile, ci stiamo provando con 145 emendamenti in un duro negoziato, cancellando quel criterio e sostituendolo con un meccanismo permanente e centralizzato di ricollocamento, che tenga in considerazione i diritti ed i legami dei richiedenti in altri Stati membri.

Nel lungo periodo è necessario agire sulle cause profonde, sui conflitti, sugli effetti dei cambiamenti climatici, e sulle diseguaglianze globali. Per farlo servono politiche europee coerenti. Politiche commerciali che non siano dannose verso i Paesi in via di sviluppo, politiche fiscali che evitino di agevolare l’evasione ed elusione fiscale, politiche della cooperazione più efficaci, politiche estere più attente agli effetti sulla parte più povera del mondo.

Sfida comune è anche quella della politica estera, senza una voce sola e forte dell’UE sullo scenario geopolitico internazionale, ci condanniamo all’irrilevanza, ad essere spettatori. E vuol dire anche sicurezza comune, difesa comune, ma attenzione! Questo non può risolversi in assegni in bianco alle industrie delle armi europee come sta succedendo. Ed è una vergogna che alcuni Stati membri continuino a smerciare armi con paesi come l’Arabia Saudita o come l’Egitto, dove è stato torturato e ucciso Giulio Regeni.

Vale lo stesso per la sfida climatica – ne ha parlato prima Annalisa Corrado- per cui solo a livello europeo ed internazionale si può fissare un quadro di regole comuni e sanzionabili che tutti siano tenuti a rispettare, per avviare e sostenere la transizione ecologica.

E vale per la lotta contro i paradisi fiscali e l’elusione dei grandi gruppi multinazionali. Qualche passo avanti si sta facendo, sulla trasparenza. Delle proposte che abbiamo avanzato nel nostro piano europeo contro evasione ed elusione, alcune le stiamo portando a casa. Ed è bene sentire Juncker che si prende l’impegno di far passare la rendicontazione pubblica Stato per Stato e la Base imponibile consolidata comune (CCCTB), e che parla di webtax. Bisogna porre fine alla sfrenata competizione fiscale tra Stati membri dell’UE, una corsa a ribasso che, per avvantaggiare pochi, fa male a tutti. Le tasse si devono pagare dove vengono generati i profitti. Ma chi paga di più per evasione fiscale sono i Paesi più poveri: quindi servono valutazioni di impatto delle politiche fiscali europee nei Paesi in via di sviluppo, si devono rivedere i trattati commerciali che attuano una distribuzione del tutto ineguale di risorse e diritti fiscali. Bisogna insistere a livello ONU per coinvolgere tutti, anche i Paesi più poveri, nel riscrivere le regole fiscali globali e nella lotta contro i paradisi.

Altra sfida comune è quella della dimensione sociale dell’Unione che ancora manca. Rialzarsi dalla crisi con investimenti strategici, e sostegno alle fasce più deboli. Ricerca, innovazione, cultura, economia verde, tutte le cose di cui abbiamo discusso oggi con gli interventi che mi hanno preceduto. Il maggior investimento in sicurezza, è investimento in inclusione sociale. Misure decise contro il dumping sociale, assicurare il principio della stessa paga per lo stesso lavoro. Garantire un reddito minimo e un sussidio europeo di disoccupazione. Assicurare risorse proprie al bilancio dell’Unione, con la Carbon Tax e la Tassa sulle transazioni finanziarie.

E infine, trasparenza e democratizzazione dell’impianto complessivo. Il Presidente della Commissione ha aperto al voto a maggioranza qualificata su questioni fiscali, di politica estera e di mercato interno. In senso federalista sono proposte su cui lavorare, per completare quel progetto di integrazione che è rimasto incagliato negli egoismi nazionali e così a metà, zoppo, non può funzionare. Compreso un indispensabile ripensamento della governance economica e politica dell’euro, che deve uscire da meccanismi intergovernativi, non legittimati democraticamente e per nulla trasparenti.

La risposta non è rinunciare allo spazio europeo, ma riempirlo di democrazia. In un mondo così interconnesso, ragioniamo spesso con Pertici, per restituire la sovranità ai cittadini bisogna farlo anche a quel livello, forse soprattutto a quel livello.

In giro è pieno di multinazionali, ci sono quelle che si approfittano delle differenze tra sistemi fiscali europei per ritagliarsi schemi elusivi su misura, in grado di sottrarre fino a 1000 MLD all’anno. Ci sono le multinazionali della criminalità, le mafie che fanno agevolmente affari attraverso i confini europei, ed hanno saputo approfittarsi del mercato unico più di molte piccole e medie imprese – fa male dirlo-. Si è infiltrata nell’economia legale dei 28 che ancora stentano a rendersene conto, o forse ammiccano pensando che sia un problema d’altri.

Ci sono quelle che per l’ossessione di ridurre i costi e concentrare i guadagni, comprano robot a tutto spiano. Bisogna occuparsi di redistribuire la ricchezza e il valore aggiunto creato dalle tecnologie. Che devono facilitare le nostre vite e i processi produttivi, ma non a costo di acuire le diseguaglianze e ridurre le prospettive di un salario degno.

Ci sono quelle che sfruttano risorse in altre parti del mondo senza mai pagare il giusto prezzo, alimentando una spirale viziosa che alimenta a dismisura le diseguaglianze globali, mentre tanti si riempiono la bocca di “Aiutarli a casa loro” e non capiscono, che se cercano le ragioni per cui le persone scappano, le troveranno molto più vicine a noi di quanto pensano. E stanno alla radice del nostro modello di sviluppo, di produzione, di consumo.

Ma ne manca una all’appello, una multinazionale dei diritti e dell’uguaglianza, che riunisca oltre i confini chi si batte nella stessa direzione, quella della lotta senza quartiere a povertà e diseguaglianze, quella per la giustizia fiscale, quella per garantire la transizione ecologica sempre più irrimandabile, quella che ha capito le responsabilità enormi che abbiamo verso chi verrà dopo di noi. Con tanti colleghi di altri schieramenti di sinistra, verdi e progressisti, queste battaglie le facciamo già insieme, anche a Bruxelles con il Progressive caucus.

Con tutta la difficoltà di avere ancora dibattiti politici ombelicali, tutti rivolti alla dimensione nazionale, e partiti, corpi intermedi, stampa ancora troppo nazionali. Una multinazionale dei diritti e dell’eguaglianza che sfidi quelle che stanno marciando incontrastate da troppo. Che sfidi gli egoismi nazionali che si scontrano a Bruxelles dimenticando che siamo tutti, davvero, sulla stessa barca.

Anche per questo abbiamo deciso di ripetere la positiva esperienza della scuola di formazione Europa delle possibilità, per dare l’opportunità di venire a Bruxelles ad approfondire per tre giorni la storia e il funzionamento delle istituzioni europee, per conoscere quelle opportunità europee che sono a disposizione ma bisogna imparare a sfruttare di più.

Pippo Civati l’ha detto prima, si puo’ unire soltanto se alziamo lo sguardo a questioni globali, a questioni europee. Con il Manifesto che presentiamo oggi, che offriamo alla discussione di tutti, che è fatto per essere condiviso, apertamente, manifestamente – come diceva Giulio Cavalli- noi non vogliamo contribuire soltanto con le tante proposte, ma c’è dentro anche uno sguardo, ampio, largo, sia nel tempo che nello spazio. Che guarda immediatamente a quello che si muove intorno a noi, in Europa e nel mondo, che pensa già alle prossime generazioni e al futuro. Con questo sguardo più largo, Prendete il Manifesto e fatelo camminare, da lunedì come diceva Pippo, portatelo in giro e discutetelo con altri, condividetelo, arricchitelo. Sentitevi -sentiamoci- tutti investiti di questa grande responsabilità.


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