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REPORT DELLA VISITA ALL’EX CASERMA CAVARZERANI DI UDINE | 29 luglio 2016

Elly Schlein, europarlamentare

Il 29 luglio, in occasione di una visita a Udine, abbiamo deciso di visitare l’ex Caserma Cavarzerani, dall’aprile 2015 adibita in via emergenziale a centro di accoglienza per richiedenti asilo. Nonostante avessimo chiesto di entrare con una delegazione di associazioni della società civile che si occupano di accoglienza e della campagna LasciateCIEntrare (che aspettano ancora risposta alle numerose richieste), l’accesso è stato possibile solo a me, in quanto europarlamentare, e ad una mia collaboratrice. Non si capisce come mai l’accesso alle associazioni del territorio sia costantemente negato, quando la loro esperienza in tema d’accoglienza potrebbe essere utile anche a chi gestisce il centro a migliorare le condizioni di vita delle persone che vi si trovano, oltre che svolgere un importante ruolo di osservazione sul rispetto degli standard di accoglienza e tutela dei diritti fondamentali.

Veniamo accolte dalla Croce Rossa Italiana, che gestisce il centro in affidamento diretto, dalla Prefettura e dall’Assessora competente del Comune di Udine.

Tipologia di centro:

Il primo aspetto che colpisce è la mancanza di un inquadramento giuridicamente chiaro del tipo di centro di cui si tratta. A domanda ci rispondono che si tratta di una forma ibrida, tra Cas e Cara, nato sull’onda dell’emergenza per evitare che le persone dormissero per strada o nei parchi della città.
Eppure la convenzione stipulata tra Prefettura ed ente gestore dovrebbe fare chiarezza anche su questo aspetto, nonché chiarire, come in tutti i casi di centri d’accoglienza o di trattenimento, quali sono i servizi che l’ente gestore è tenuto a fornire, a fronte del corrispettivo economico ricevuto. Di questa convenzione, non abbiamo potuto ancora ricevere copia, ma l’ente gestore si è impegnato a farcela avere via mail. Senza aver visionato la convenzione, diventa complicato svolgere nel dettaglio il nostro lavoro di monitoraggio, che si basa anche sul confronto tra ciò che si osserva e il livello di servizi che l’ente gestore è tenuto a fornire da convenzione. L’ente gestore è stato individuato con affidamento diretto, e ci dicono che in autunno si terrà una regolare gara d’appalto per l’affidamento in gestione.

Presenze:

Al momento della nostra visita all’interno dell’ ex Caserma sono ospitate 789 persone. Ci dicono che sono quasi esclusivamente di nazionalità pakistana, richiedenti asilo o comunque in attesa del colloquio in questura per formalizzare la richiesta di asilo, attesa che può durare da una settimana fino a un mese. Ci dicono anche che non sono presenti nuclei familiari, né donne, né minori.
Non è chiaro quale sia la capienza massima del centro, che era nato per ospitare 80 persone e in seguito è arrivato ad ospitarne fino a 1000. Anche quest’aspetto dovrebbe essere regolato da apposita convenzione. Ci dicono che ultimamente si verificano circa 10 nuovi arrivi al giorno.
Nonostante l’altissimo numero di persone, e il sovraffollamento della struttura, non sono mancati nei mesi scorsi dei trasferimenti ministeriali di persone da altri centri verso l’ex Caserma Cavarzerani. Ora invece, ci spiegano, una volta ogni 4-6 settimane, circa 200 persone verrebbero trasferite dall’ex Caserma in altre regioni. (Lombardia, Emilia-Romagna, Liguria…)

Orari d’accesso:

Le persone possono effettuare il primo accesso al centro solo dalle 19.30 alle 20.30 ogni giorno, ci dicono per esigenze di controllo (durante le ore più tarde non sarebbe possibile verificare chi arriva), ma purtroppo questo significa che ancora molte persone che arrivano con gli ultimi treni della giornata, sono costrette a dormire per strada. L’amministrazione ci avverte che stanno cercando di attivare alcuni punti diurni di accesso (c’è già la mensa della Caritas, il centro solidarietà giovani, in cui c’è una doccia e una lavatrice).
Ogni giorno i richiedenti asilo possono uscire dal centro e rientrare negli slot temporali in cui l’ente gestore apre i cancelli: dalle 6.30 alle 7.15, dalle 10.30 alle 11, dalle 14 alle 15, e dalle 18.30 alle 19.30. Al rientrano firmano un foglio presenze.

Strutture:

Il centro è diviso tra due palazzine e una tendopoli. Nella prima palazzina ci sono 6-7 stanzoni con un numero variabile tra 20 e 25 letti. Già solo per i 40 minuti che ci abbiamo passato dentro, si può dire che queste stanze in estate siano caldissime e vi sia cattivo odore. La centrale termica per il riscaldamento in inverno ci dicono sia stata costruita di recente dalla Protezione civile, ma non ancora collaudata. Nella prima palazzina 5 docce sono inagibili, e ci dicono che spesso si allagano (vi è del terriccio davanti alla porta per arginare l’acqua), 5 docce funzionanti e altre 4 comuni, ed una decina di bagni alla turca. I lavandini che abbiamo provato perdono, e abbiamo fatto scorrere a lungo l’acqua, ma l’acqua calda è venuta solo a brevi tratti. Nella seconda palazzina abbiamo contato 9 stanze con circa 165 letti, i bagni sono gli stessi ma qui tutte le docce paiono funzionanti.
Più critiche le condizioni della tendopoli. Ci sono 38 tende, ci dicono con 9-12 persone a tenda. All’interno delle tende non c’è luce, mentre vengono illuminate dall’esterno. Bagni e docce sono troppo pochi (circa 14 docce, che perdono, e abbiamo visto anche un pavimento rotto, e una decina di bagni per almeno 400 persone), e in condizioni di igiene inadeguate.

Dipendenti:

La Croce Rossa ci spiega di avere 30 operatori presenti in struttura, e 2 mediatori culturali (uno d’origine afghana e l’altro pakistana). 2 mediatori per 800 persone paiono un numero insufficiente a coprire le esigenze continue di traduzione e mediazione linguistica e culturale.  Ad essi si aggiungono un numero non precisato di volontari.

Informativa e supporto legale:

All’ex Caserma la prima informativa ai profughi è a carico dell’ente gestore e quindi dei suoi operatori e mediatori. Quando chiediamo quale tipo di formazione giuridica ricevano, vista l’estrema complessità della normativa sull’asilo e l’immigrazione, ci rispondono che gli operatori hanno periodicamente incontri con un avvocato o funzionari delle commissioni per l’asilo.  Colpisce il fatto che, diversamente da altri centri d’accoglienza, non vi sia l’accesso ad un servizio di supporto legale, per dare ai richiedenti asilo informative piene e competenti riguardanti i loro diritti e le procedure d’asilo. L’ex Caserma è per molti il primo contatto con l’Italia e le sue autorità. E’ un paradosso che chi arriva dal mare a Lampedusa, riceva nell’hotspot l’informativa da parte di UNHCR, IOM, SAVE THE CHILDREN nel caso dei minori ed EASO per i ricollocamenti, e invece chi arriva dalla frontiera di Tarvisio e poi a Udine non venga informato da operatori con formazione specifica. Considerando che le persone finiscono per passare anche 4 mesi nell’ex Caserma, sarebbe importante che potessero interloquire con operatori formati specificatamente sulla normativa in tema d’asilo e d’immigrazione, anche qui potrebbero essere d’aiuto le associazioni della società civile e ong con esperienza sul campo.

Medici:

Un cartello spiega che l’ambulatorio allestito nel centro è aperto dalle 10 alle 12, dal lunedì al venerdì. L’ambulatorio medico, ci dicono, non è gestito direttamente dalla Croce rossa come ente gestore, bensì dal distretto sanitario locale, che, per superare alcune criticità nell’individuazione del medico di base, ha assunto due medici per occuparsi dell’ambulatorio nell’ex Caserma, che fanno le visite (anche specialistiche) e prescrivono farmaci. Due ore al giorno dal lunedì al venerdì pare comunque una copertura non ancora sufficiente, considerando l’alta concentrazione di persone che si trovano nel centro. Si torna al tema dell’inquadramento giuridico della struttura: non essendo un CAS a tutti gli effetti, è bene ricordare che nelle strutture di primissima accoglienza di solito la presenza di personale sanitario è garantita dalla convenzione stipulata con l’ente gestore, come parte del capitolato d’appalto. Lo stesso dicasi per l’assistenza psicologica, che qui invece manca, e che sarebbe doveroso offrire a persone che affrontano viaggi lunghi e disperati, durante i quali non è infrequente rimanere vittime di violenze di varia natura, oltreché dover convivere con le conseguenze dei traumi da cui si scappa. Il medico, ci dicono, sarebbe comunque reperibile tutti i giorni dalle 8 alle 20 per le emergenze. L’ente gestore è autorizzato a dare paracetamolo nei casi di febbre o influenza. Ci dicono che non vi sono casi di somministrazione di psicofarmaci. E che se qualcuno ha abusato di alcol all’esterno della struttura, viene tenuto fuori “finché non gli passa.”
Abbiamo chiesto se ci sono stati casi di particolari vulnerabilità. Ci hanno solo raccontato di una doppia frattura al bacino. Ci dicono che comunque i casi vulnerabili hanno un diritto di prelazione sui posti che si liberano nei CAS.

Costi e servizi:

Il costo pro capite pro die è di 25 euro. Per i primi mesi, da aprile a settembre 2015, era di 18 euro.

Non è prevista alcuna forma di pocket money per le persone che si trovano nel centro, e questo diversamente da ogni altra struttura che abbiamo visitato (e pure dai CAS di Udine).

Ci informano che all’arrivo viene dato un kit composto da 1 asciugamano grande, lenzuola e coperta, dentifricio, lametta e schiuma per la barba, bagnoschiuma. Le lenzuola e coperte vengono cambiate ogni 7-10 giorni, e se qualcuno finisce i prodotti per l’igiene personali può andare a richiederli in un apposito locale dentro all’ex Caserma. I vestiti ci informano che vengono dati “solo a chi ne ha bisogno” (pantaloni, tuta, scarpe, oltre a biancheria intima e calzini), poiché secondo l’ente gestore molti arriverebbero già provvisti di abiti e ricambio. Molte sono le donazioni che l’ente gestore dice di ricevere dall’esterno. Nell’ ex Caserma dovrebbero esserci anche alcune lavatrici, che non abbiamo potuto vedere per mancanza di tempo.
Chiediamo se vengono distribuite, come in tutti gli altri centri che abbiamo visitato, delle carte telefoniche prepagate per i richiedenti asilo, ma ci dicono di no, e che “hanno tutti il cellulare”, cosa che ci è ovviamente impossibile verificare.
Da qualche mese, i richiedenti asilo di fede musulmana hanno potuto ricavare un luogo per pregare da uno dei padiglioni dell’ex Caserma in disuso. In altre aree giocano a cricket, o ad altri sport, e giochi che si ricavano da quel che trovano, come assi di legno e dei tappi di bottiglia.

Corsi formazione:

La Regione e il Comune hanno messo a disposizione fondi per una decina di progetti per fare formazione su lavori manuali come tinteggiatura e muratura, ma a quanto abbiamo capito nell’ex Caserma coinvolgono ancora solo qualche decina di richiedenti asilo. Solo collegato a questi progetti è previsto anche l’insegnamento della lingua italiana. Questi corsi sono però stati sospesi per il Ramadan. Secondo l’ente gestore non ci sarebbe interesse da parte dei richiedenti asilo a imparare la lingua, poiché essi punterebbero ad ottenere una titolo di viaggio e spostarsi in altro Paese UE. Ricordiamo che anche l’insegnamento della lingua è materia che andrebbe regolata da convenzione, a prescindere da valutazioni soggettive sui singoli richiedenti asilo.

Durata procedura per ottenere protezione internazionale:

Ci dicono che qui la durata della procedura per ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato o altra forma di protezione, duri all’incirca 13 mesi, di cui indicativamente 4 mesi nell’ex Caserma, 6 circa nei CAS, e 3 nel sistema SPRAR. Ci dicono che in pochi ottengono lo status di rifugiato mentre sono più frequenti i permessi per motivi umanitari. Vi sono anche molti ricorsi avverso i dinieghi.

Cibo:

Pranzi e cene sono preparati e consegnati sigillati due volte al giorno dalla CAMST sulla base di una convenzione con l’ente gestore, e la convenzione prevede un costo di 10 euro più IVA al giorno a persona. L’ente gestore ci riferisce che, pur non essendo previsto da convenzione, loro offrono anche la colazione. Da uno degli edifici dell’ex caserma è stata ricavata una mensa spaziosa, con diversi tavoli e panche. Ci informano che il servizio va prenotato la sera prima, per evitare di ordinare più pasti di quanti poi ne servano.

Conclusioni:

L’ente gestore, la Prefettura e l’Amministrazione si sono dimostrate molto disponibili nel rispondere alle domande poste. E’ chiaro che da un’analisi complessiva di quanto visto, emerge che così com’é l’Ex Caserma Cavarzerani non sia un luogo adeguato all’accoglienza. Vi si trova un numero troppo elevato di persone, perlopiù nella tendopoli e quindi nelle condizioni igieniche peggiori, i tempi di permanenza sono troppo lunghi per essere una struttura che, in linea teorica, non farebbe nemmeno parte del sistema accoglienza della Regione (eppure si trova ad essere la più affollata della Regione). Nonostante gli sforzi fatti sin qui di non lasciare le persone per strada, e di migliorare le condizioni d’accoglienza all’interno dell’ex Caserma, si sono riscontrate ancora numerose criticità, su cui ci sono ampi margini di miglioramento delle condizioni d’accoglienza. È pur vero che il centro è nato come risposta emergenziale al fatto che le persone dormivano in strada, ma ormai è attivo da più di un anno quindi è diventata una risposta strutturale, e come tale deve garantire standard di accoglienza adeguati.

L’ente gestore ci ha spiegato che il Ministero è in debito di almeno 3 milioni di euro sulla gestione dell’accoglienza nell’ex Caserma, e che l’ultimo pagamento risale al settembre 2015. Questo è molto grave, perché lo Stato non può mandare in scoperto le organizzazioni che fanno accoglienza sul territorio, e questo rischia di ripercuotersi inevitabilmente sulla capacità di fornire servizi previsti dalle convenzioni.

Il problema, è bene precisarlo, non nasce a Udine. A quanto ci dicono Udine si trova a fare essenzialmente la metà dello sforzo d’accoglienza della Regione Friuli Venezia Giulia, perché quando le persone entrano dalla frontiera a Tarvisio, vengono solo preidentificate (con anche le impronte), e viene detto loro che per l’identificazione e la formalizzazione della richiesta d’asilo devono recarsi in questura ad Udine. Nessun trasporto è organizzato, le persone sono abbandonate a loro stesse e per raggiungere Udine si devono arrangiare, quindi non c’è modo di verificare chi effettivamente arriva a Udine e chi prende altre strade. Pure ha dell’incredibile che la Guardia di frontiera non comunichi alla Prefettura di Udine e all’ex-Caserma quante persone sono entrate a Tarvisio e hanno ricevuto l’indicazione di recarsi in questura a Udine, perché questo aiuterebbe a prevedere il numero di arrivi e ad organizzarsi.

Il sistema funzionerebbe molto meglio se le persone potessero formalizzare direttamente la richiesta d’asilo a Tarvisio, e poi da lì mettere in atto una distribuzione più equa, diffusa sul territorio della Regione, di modo da ripartire meglio gli sforzi per l’accoglienza ed evitare grandi concentrazioni in un solo comune, con tutte le difficoltà di gestione che questo comporta e le ricadute in termini di condizioni di accoglienza. In generale alla gestione emergenziale del fenomeno migratorio è sempre preferibile il modello dell’accoglienza diffusa, che favorisce anche percorsi virtuosi di inserimento nel tessuto sociale. Non si capisce come mai solo 10 comuni su 218 partecipino al sistema Sprar in FVG (preferibile in assoluto), e meno della metà abbiano posti in CAS. Se in Europa stiamo chiedendo a gran voce una più equa distribuzione delle responsabilità tra Stati membri, a maggior ragione al nostro interno dobbiamo riuscire a dare il buon esempio.

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