E insomma, l’altroieri la mappa mi dice che al numero 55 di ulica Sienna è ancora in piedi l’ultimo pezzo di muro del ghetto di Varsavia. Alla fine di una lunga camminata attraverso la città, arrivo fino all’indirizzo indicato. Ma c’è solo un portone, nessuna segnalazione, ed accanto un negozio di stoffe con due persone che, anche se avessero intuito cosa stavo cercando, non l’hanno proprio dato a vedere. Nel frattempo sul posto arriva anche un anziano signore che sembra disorientato quanto me. Guarda fisso il portone, e poi intorno, come stesse cercando qualcosa. Ad un certo punto qualcuno, uscendo dal palazzo, apre il portone del numero 55, e l’anziano ne approfitta per tenerlo aperto con un braccio. Ci scambiamo un’occhiata e ci intendiamo. Senza dire una parola, mi affretto anch’io dietro di lui. E in effetti, dopo un breve corridoio e un secondo portone a vetri, seminascosto nel cortile interno del palazzo, troviamo l’ultimo pezzo di muro rossastro. Impressionante. Me l’aspettavo più alto. Ma forse è peggio così.
“Are you here for the same thing?” Mi chiede con un forte accento. “Yes”.
“Where are you from?”, continua. “Long story…I’d say Italy. And you?”
“Germany. Cologne.”
E per qualche minuto siamo rimasti in silenzio, a guardare insieme quel pezzo di muro. Che a me dice delle cose, a lui probabilmente altre, e che però ci racconta una storia comune, una tragedia che ha segnato la memoria collettiva europea. E mi è sembrata un’immagine potente, questa. Due persone di generazioni e origini diverse, che si incontrano per caso a Varsavia e si intestardiscono a cercare un muro, un pezzo di memoria testimone di un tempo e di un dramma che io non ho visto e che lui ricorda appena, ma che va tenuto vivo e che ha ancora molto da insegnarci.
Ho paura che non ci ricordiamo abbastanza. Che dobbiamo avere più costanza. Più empatia nel ricordo, che non si riduca a rito, di facile consumo in date prestabilite.
Non è vicenda di un’altra umanità, ma di questa, il fondo che essa ha toccato nelle cose che questi mattoni hanno visto.
Se potessero parlare, poi, ci chiederebbero di non costruirne altri, mai, per nessuna ragione al mondo. Perché sin da quei lontani giorni i muri sono diventati simbolo ineludibile di segregazione, odio e discriminazione.



