“Elly Schlein, europarlamentare eletta con il PD poi passata a Possibile e che fa parte della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni del Parlamento Europeo ha visitato lo hotspot di Trapani e quello di Lampedusa, dove la situazione è più critica. Dice che negli hotspot ci sono migranti che sono stati trattenuti per settimane e mesi trovandosi di fatto «in luoghi di detenzione prolungata», che l’ingresso per le associazioni è molto difficile e spesso negato tranne a quelle che li gestiscono o che hanno una convenzione con il ministero dell’Interno e che «di conseguenza è difficile fare verifiche costanti sul rispetto dei minimi diritti e delle condizioni di accoglienza che dovrebbero essere garantite». Schlein racconta poi di casi in cui non viene assicurata un’adeguata informazione ai migranti al loro arrivo, che si trovano (subito dopo il viaggio e in condizioni precarie) a dover fare l’intervista per il “foglio notizie” da cui dipenderà il loro futuro: «Alcune associazioni hanno denunciato il fatto che nei primi fogli notizie a disposizione dei primi hotspot aperti l’opzione “asilo” non era nemmeno indicata. Ora figura tra le opzioni, ma resta il fatto che le persone devono essere adeguatamente informate sui loro diritti compreso quello di chiedere protezione internazionale, immediatamente e comunque prima di riempire il foglio».
Molti di questi stessi problemi sono stati descritti anche dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato presieduta da Luigi Manconi nel “Rapporto sui Centri di identificazione ed espulsione” del febbraio 2016:
«Questo passaggio fondamentale e necessario si svolge quando i profughi, soccorsi in mare e appena sbarcati, sono spesso evidentemente ancora sotto shock a causa di un viaggio lungo e rischioso. Non si tratta poi di un colloquio vero e proprio, ma della semplice compilazione di un questionario che risulta formulato in maniera estremamente stringata e poco comprensibile.
Non tutti gli stranieri, infatti, sono in grado di comprendere quanto viene richiesto poiché
le zone di provenienza sono diverse e l’accesso alle quattro lingue tradotte dai mediatori non è scontato. Inoltre, la presenza di persone analfabete o poco alfabetizzate è evidentemente molto alta.
Come si è potuto verificare dai colloqui svolti con i migranti ospitati nel centro nel corso
della visita (Lampedusa, ndr), solo una parte era in grado di capire e usare quelle lingue, mentre molti di loro conoscevano solo la lingua del loro paese di provenienza. In più casi è emerso, dalle parole dei profughi, che non avessero nozione di quanto era accaduto nella fase di pre-identificazione né fossero al corrente della loro situazione in quel momento».
Alla base del dispositivo hotspot c’è la “scrematura” tra migrante economico e richiedente protezione fatta al momento dell’arrivo e nasce in modo specifico all’interno degli accordi fatti a livello europeo sulle quote per la ricollocazione. Alla fine del 2015 la Commissione europea aveva infatti messo in piedi un programma di relocation, che doveva coinvolgere i migranti di alcune nazionalità “con evidente bisogno di protezione”. Doveva essere un piano per spingere l’Italia e la Grecia, i due paesi più coinvolti dall’arrivo di migranti, ad accogliere e registrare nelle rispettive strutture i richiedenti asilo prima che venissero “smistati” negli altri paesi secondo delle quote stabilite in precedenza.
Sulla carta la relocation sembrava un ottimo piano, nella pratica è stato un disastro: l’accoglienza negli altri paesi dell’Unione Europea sta andando molto a rilento e ci sono molte resistenze ad accettare il piano. Il risultato è che i migranti siriani, iracheni ed eritrei rimangono nelle strutture italiane per molto tempo, pesando su un sistema che ha già parecchi problemi e continuando però a essere selezionati in base alla “prassi hotspot”, finalizzata proprio a una ricollocazione che non sta funzionando. Gli ultimi dati dell’Unione Europea sui ricollocamenti dicono che da settembre 2015 a oggi sono stati trasferiti dall’Italia 1.020 migranti su una previsione di 39.600 entro il settembre del 2017. E dalla Grecia 3.453 su 66.400 previsti a quella scadenza. (Schlein: «È incredibile che il Canada in 4 mesi abbia reinsediato 25 mila siriani, mentre i 28 governi dell’UE in un anno non siano riusciti a fare nemmeno 5 mila dei 160 mila ricollocamenti promessi»). Negli ultimi due anni, sei stati membri su 28 si sono presi carico di quasi l’80 per cento delle richieste d’asilo presentate in tutta Europa che nel 2015 sono in totale quasi 1 milione e 260 mila (l’Italia è al quinto posto).
Lo scorso maggio la Commissione europea ha presentato una proposta di riformadel regolamento di Dublino, cioè il sistema che al momento regola l’accoglienza dei richiedenti asilo e che si basa sul principio, prevalente sugli altri, che la richiesta di asilo possa essere presentata solo nello stato membro di primo arrivo. L’obiettivo è impedire che tutti gli stati si dichiarino incompetenti all’esame della domanda di protezione internazionale e tentare di tenere sotto controllo i movimenti interni alla UE dei richiedenti protezione. In realtà, spiega Schlein, che è anche relatrice della proposta di riforma del regolamento di Dublino per il Gruppo S&D, «la proposta della Commissione è debole e insufficiente proprio perché non supera l’ipocrisia di questo criterio che non fa altro che penalizzare gli stati che si trovano ai confini caldi dell’Europa». La novità è che la proposta di riforma della Commissione rende superabile il criterio del primo paese di accesso in alcuni casi eccezionali. Questo meccanismo correttivo di solidarietà «scatta solo nel caso di afflusso massiccio in uno stato membro calcolato però con criteri astratti e matematici che non tengono conto del fatto che il sistema di accoglienza di alcuni paesi membri è già al collasso». In pratica funziona così: si contano in tempo reale e in tutta Europa le richieste di asilo. Il numero totale viene poi diviso secondo una chiave di riferimento calcolata in percentuale per ciascuno stato membro in base al PIL e alla popolazione. Il conteggio parte però «da domani», dice Schlein, cioè da quando la proposta entra in vigore e quindi non considera la situazione attuale. In base a questo calcolo si ottiene comunque il numero di richieste di asilo che ogni stato dovrebbe esaminare: una quota. Solo quando le richieste presentate in uno stato dovessero superare del 150 per cento questa soglia scatterebbe il meccanismo di solidarietà degli altri stati. Anche in questo caso, comunque, uno stato può sottrarsi al meccanismo di solidarietà e per un certo periodo di tempo può pagare un “contributo di solidarietà” pari a 250 mila euro per richiedente asilo che non vuole accogliere allo stato che invece se ne fa carico. Si prevede che ci sarà un lungo e difficile negoziato tra istituzioni europee, poiché il Parlamento chiede da tempo al Consiglio una migliore distribuzione a livello europeo delle responsabilità dell’accoglienza.”
Qui trovate l’intero articolo di Giulia Siviero e Gianni Barlassina su come funziona l’accoglienza in Italia, uscito oggi sul Post.



