Oggi immagino di non essere l’unica che si sente come le avessero strappato un organo. Ho passato tutta la notte a seguire i risultati, mi sono fermata alle 7 quando persino Mentana ha mollato. Ho dormito un paio d’ore, mi sono svegliata esausta, ho riso di una battuta cinica -“almeno adesso la smettono di frenare”- e poi ho pianto. Per i giovanissimi inglesi, quelli che al 73% hanno votato per restare con noi -perché sono nati, cresciuti e si sentono europei-, e che domattina altri hanno deciso che dovrebbero svegliarsi solo inglesi. Come un furto di identità. Per la famiglia di Jo Cox, che l’ha persa due volte. Per la fragilità della costruzione europea, e l’inevitabile senso di impotenza di fronte a quanto accaduto. Un referendum indetto in uno solo dei Paesi europei, essenzialmente per una questione politica interna, è in grado di dare uno scossone potenzialmente devastante all’intera Unione.
“Con questi leader l’Europa non si sarebbe mai fatta”, ho detto un anno fa nella plenaria del Parlamento europeo, per la rabbia di vedere i governi europei incapaci di fare squadra sul tema dei migranti, e chiudersi nei più ciechi e biechi egoismi nazionali e nella sfiducia reciproca. Oggi in Inghilterra abbiamo pagato anni in cui quasi tutti quei governi hanno giocato d’azzardo, a “nazionalizzare i successi ed europeizzare le sconfitte”. E si capisce che uno come Cameron, tra i principali protagonisti di quella retorica, non poteva facilmente invertirla in pochi mesi. Un atteggiamento straordinariamente ipocrita da parte di chi ha sempre voluto i benefici di far parte di un’Unione, ma senza condividerne oneri e responsabilità. Eppure questa retorica l’ha fatta da padrone in molti altri paesi, compreso il nostro, ha alimentato le forze euroscettiche che oggi brindano insieme, ed ha fatalmente allontanato la cittadinanza dal progetto europeo e dalle sue istituzioni. Se a questo si aggiunge la totale incapacità di dare risposte efficaci alla crisi, che morde sempre più forte fasce sempre più estese della popolazione, e alla crescita vorticosa delle diseguaglianze e delle insicurezze che ne è conseguita, il voto di ieri nel Regno Unito fa fatica a sorprendere.
E adesso? C’è chi pensa che l’Unione, già profondamente in crisi, non sarà in grado di reagire al contraccolpo della Brexit, che potrebbe scatenare ulteriore recessione e avere un effetto a catena. Ma se degli inglesi vogliamo tenere, ora che ci lasciano, un po’ di pragmatismo, possiamo -e a questo punto dobbiamo- cercare di capovolgere questa vicenda drammatica e farne un’opportunità di svolta radicale. Alcuni di noi lo dicono da tempo, ma forse oggi si sono convinti anche altri, che uno scatto in avanti del processo di integrazione sia irrimandabile, e già in estremo ritardo. Non ho fiducia in un’improvvisa lungimiranza dei leader europei, ma forse la paura di essere travolti può costringerli ad agire. Quelle che ci troviamo oggi di fronte e che stanno mettendo in ginocchio l’Europa sono tutte sfide globali, e possiamo affrontarle soltanto insieme: la sfida migratoria, che gli egoismi dei governi impediscono di gestire in modo comune, solidale e sostenibile per tutti; la sfida di cambiare radicalmente risposte alla crisi economica, abbandonando il dogma dell’austerità che ha prodotto recessione sulla recessione; la sfida della giustizia fiscale, perché non abbiamo fatto l’Europa per vedere concorrenza fiscale spietata tra Paesi di una stessa Unione, e paradossi fiscali al suo interno; la sfida di una politica estera comune che non sia la sommatoria sgangherata di interessi nazionali in contraddizione (“Per parlare con l’Europa non saprei chi chiamare”, scherzava Kissinger molto tempo fa, ma lo direbbe ancora); la sfida climatica, che dipende dai comportamenti di tutti entro uno schema di regole comuni; la sfida alla criminalità organizzata e al terrorismo, per cui farebbe già tanto un maggior coordinamento dell’azione delle forze dell’ordine degli Stati membri e la creazione di un’intelligence europea.
Ecco, con il dolore per una storia finita male, e senza indugiare troppo nelle preoccupazioni per un futuro incerto, oggi è il momento di capire che cambia tutto. Cambia anche il modo in cui portare avanti ancora più determinati questa battaglia, che parte dalla consapevolezza che ci si è ostinati a voler vedere l’Unione camminare su una gamba sola, quella economica, mentre manca l’altra, quella dell’integrazione politica piena in senso federalista, quella della dimensione sociale, senza la quale l’intero impianto non solo non può funzionare, ma si é rivelato disastroso.
Deve cambiare il modo in cui questa battaglia la facciamo in Parlamento (e ne stiamo già discutendo con alcuni colleghi di diversi gruppi), ma soprattutto deve diventare oggetto di una grande mobilitazione popolare, dei cittadini europei, di un’opinione pubblica europea, di associazioni e organizzazioni e forze politiche europee, che soltanto insieme possono bilanciare i poteri e gli interessi che han governato l’Europa fin qui, portandola sull’orlo del baratro, e superare gli egoismi che l’han tenuta storta e incompiuta. Sapendo che le nostre generazioni, nate e cresciute europee, hanno una doppia responsabilità: quella di non dare per scontato, e quella di cambiare e completare. Diamoci da fare, tutte e tutti, perché c’é solo un piccolo spiraglio di speranza, ed è ora o mai più.


