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Oggi sono andata alla stazione di Como per capire meglio la situazione delle persone che si trovano bloccate lì, e conoscere i volontari che hanno deciso di passare questo Ferragosto a dar loro una mano, portando qualcosa da mangiare, dando informazioni, raccogliendo beni essenziali o fornendo assistenza medica. Sono perlopiù ragazzi della mia età, e sono un bell’esempio di cosa vuol dire accoglienza. Si danno da fare, non stanno mai fermi, scrivono un cartello, trovano un computer libero, si inventano una connessione, risolvono un problema, preparano un pasto. Numerose sono le associazioni e realtà che qui collaborano per rispondere come possono ad una situazione critica: dai volontari arrivati spontaneamente a quelli della Chiesa Pastafariana Italiana, dalla Caritas alla Croce Rossa, dagli alpini alle parrocchie, dalle associazioni svizzere a qualcuno di Puffi To The Rescue.
Ci sono circa 500 persone bloccate qui (basta contare i pasti che un’associazione svizzera viene ogni giorno ad offrire), tra cui molti minori non accompagnati, che sperano di attraversare la Svizzera verso altri Paesi d’Europa, ma vengono regolarmente rimandati indietro. Stanno attorno alla stazione, nel parco antistante e in alcune strutture che la notte riescono ad offrire un posto coperto per dormire (ma solo circa un centinaio, a quanto mi dicono). Si tratta di persone di diverse nazionalità che vorrebbero -con una semplicità disarmante- solo poter proseguire il proprio viaggio. Lo scrivono anche in una toccante “Letter to the town”, stampata in alcune copie all’Info point.
Ma da qui non si passa più. Così come da Ventimiglia, e dal Brennero. La prospettiva futura è quindi del tutto incerta. Si parla di alcuni prefabbricati che dovrebbero arrivare a Como per evitare che le persone siano per strada, ma ad ora non sono chiari né il quando, né il dove, né il come. Importante sarebbe che -diversamente da quanto purtroppo accade altrove- qui qualsiasi risposta si decida di mettere in campo, coinvolga questa straordinaria rete della società civile che già sopperisce alle mancanze dello Stato e può continuare a dare un contributo prezioso all’accoglienza.
Ma sul punto politico è nebbia assoluta, l’Italia comincia ad essere molto isolata, come già è successo alla Grecia. Ad ora la strategia che pare aver adottato il Governo qui consiste nel caricare sui pullman centinaia di persone a settimana e rispedirle nei centri del Sud come l’Hotspot di Taranto, sperando di disincentivarle a riprovare a raggiungere i confini al Nord verso il resto d’Europa, come in una specie di cinico gioco dell’oca, “torna alla casella iniziale”. Non è dato sapere cosa succederà se le frontiere attorno a noi rimarranno chiuse, mentre i ricollocamenti promessi sono ancora al palo, e gli altri Stati membri dell’Unione non danno alcun cenno di voler provvedere ad una condivisione equa delle responsabilità sull’accoglienza, come in Parlamento chiediamo da tempo. Continuerò a seguire da vicino la situazione tramite i volontari incontrati e quelli di Possibile che stanno dando una mano. #refugeeswelcome

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