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di: ROBERTO BERTONI

30 gennaio 2020

Fra metà novembre e la notte tra il 26 e il 27 gennaio, dopo l’apertura delle urne in Emilia Romagna, si è definitivamente capito che il decennio da incubo che abbiamo alle spalle è finito. Non lo rimpiangeremo, se non per il fatto che, per la nostra generazione, è coinciso con i vent’anni, ossia con una stagione irripetibile della vita che, nel nostro caso, è stata segnata quasi unicamente da tragedie. Non c’è stata una guerra, ma quasi. Non abbiamo assistito a bombe, morti, fughe disperate nei rifugi, suoni di sirene, rastrellamenti e quant’altro, ma se la parola più pronunciata dagli oppositori di Salvini nel corso della campagna elettorale è stata “Resistenza” un motivo c’è. E il motivo è che il decennio appena trascorso altro non è stato che la coda avvelenata degli anni Ottanta, con il loro carico di rampantismo, leaderismo, mancanza di rispetto per il prossimo, violenza verbale e ogni forma di odio possibile e immaginabile. Odio per gli immigrati, per la politica, per il Parlamento, per il concetto stesso di democrazia rappresentativa, per la “Casta”, per i partiti e per l’idea stessa di stare insieme e vivere in una comunità solidale e accogliente. Odio, ancora odio, nient’altro che odio: questi sono stati gli anni Dieci del Ventunesimo secolo. Anni in cui abbiamo seppellito la cosiddetta Seconda Repubblica, in realtà mai iniziata, e provato a fare i conti con l’eredità del berlusconismo. Anni in cui si sono affaciati sulla scena nuovi leader, ahinoi vecchissimi e privi di contenuti, in una sorta di ubriacatura collettiva che ci ha condotto al punto infimo nel quale ci troviamo oggi. Ebbene, fra novembre e pochi giorni fa, abbiamo assistito a un’inversione di rotta.

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