Business Insider – Elly Schlein (Possibile): ‘Alle europee un fronte comune progressista ed ecologista contro i nazionalisti e il vecchio establishment Ue’

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di Andrea Sparaciari
27 marzo 2019

«La concorrenza fiscale spietata tra stati membri vede tutti perdere, stati e cittadini. A vincere è solo chi riesce ad approfittarsi delle differenze esistenti tra i 28 sistemi fiscali dell’Unione, per arrivare a godere di aliquote che, come nel caso irlandese, arrivano allo 0,005%. Tutto ciò è intollerabile». Parola di Elly Schlein, europarlamentare uscente di Possibile, indicata da molti come una grande risorsa della sinistra.

In effetti, la 33enne Schlein è giovane, donna, molto preparata e assai combattiva. Le sue battaglie per cambiare l’accordo di Dublino sui migranti – con relativo video divenuto virale nel quale strapazza Matteo Salvini, accusandolo di aver disertato tutte le 22 riunioni del negoziato – e quelle sulla tassazione delle multinazionali, ne hanno fatto un’icona per gli elettori più giovani.

Non a caso per molti dei 250 mila scesi in piazza a Milano il 2 marzo scorso, oggi orfani di una reale rappresentanza, l’eurodeputata rappresenta la candidata ideale.

Nata in Svizzera da padre statunitense e madre italiana, racchiude già nella storia familiare l’essenza dell’Europa. Con Business Insider Italia ha parlato di riforme fiscali, immigrazione e naturalmente delle prossime elezioni europee («che non saranno uno scontro a due tra europeisti e antieuropeisti»).

Con una sola avvertenza: non chiamatela la Ocasio Cortez italiana, perché «capisco la suggestione, il paragone mi fa sorridere, sicuramente ci sono punti in contatto su come fare politica, sul fatto di essere ovviamente giovani donne, determinate, appassionate, maviviamo esperienze politiche e contesti anche di provenienza profondamente diversi».

Partiamo dalle multinazionali: l’impressione è che a Bruxelles abbiate fatto poco per combattere l’evasione di giganti come Google o Apple, stimata dalla stessa Ue tra i 160 e i 190 miliardi di euro l’anno.

Non credo. In questi anni abbiamo fatto passi avanti.Per esempio abbiamo costituito commissioni di inchiesta sugli scandali fiscali di “Lux Leaks” – che hanno dimostrato come 340 aziende abbiano ottenuto aliquote inferiori all’1% in Lussemburgo -, sui “Panama papers” e i “Paradise papers”. Abbiamo votato per la Rendicontazione pubblica Stato per Stato (CbCR – DAC4), uno strumento di trasparenza già obbligatorio per le banche dal 2013, che chiede alle multinazionali di pubblicare le informazioni sui profitti e sulle tasse pagate in tutti i paesi in cui questi gruppi sono operativi. Sembra una banalità, ma ancora non si fa. Già solo questo passaggio permetterebbe di colpire il “profit shifting”, cioè le tecniche per far tassare i profitti dove si hanno aliquote agevolate, mentre le perdite in altri paesi dove le aliquote sono ben più alte. È un primo strumento importante per vedere dove si stanno nascondendo i profitti, chi sta fregando chi, su cui abbiamo ottenuto una presa di posizione della Commissione, che ha fatto una proposta ambiziosa al momento in discussione tra i governi. Anche se il confronto è rallentato. Anzi, colgo l’occasione per chiedere cosa sta facendo il governo italiano su questo, perché non è chiaro.

Abbiamo poi fatto approvare l’obbligo per i governi di scambiarsi automaticamente le informazioni riguardo i “tax rulings” (gli accordi che le imprese raggiungono con il fisco dei Paesi Ue, volti a predeterminare il trattamento fiscale di alcune operazioni) degli ultimi 5 anni. Infine, siccome non basta la trasparenza, abbiamo insistito per l’approvazione della direttiva sulla base imponibile consolidata comune (CCCTB). Insomma, abbiamo fatto, perché è impensabile che la Ue abbia un futuro sostenibile se continuiamo a tollerare la concorrenza fiscale spietata che fa arrivare ad aliquote prossime allo zero e, soprattutto, se accettiamo di avere paradisi fiscali senza palme anche nell’Ue.

[…]

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