Ecologista, femminista e progressista. O non sarà

Ecologista, femminista e progressista. O non sarà
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Gli eventi delle ultime due settimane aprono una fase politica nuova e inedita. Sarebbe stato difficile, nelle torride giornate di fine luglio, prevedere una simile svolta. Eppure, diciamoci la verità, una volta che Salvini ha aperto la crisi del Mojito il sentimento che è sembrato prevalere tra le persone che hanno a cuore i principi democratici è stato la paura delle conseguenze di un governo di estrema destra, peraltro nel cuore dell’Eurozona. In pochi avevano fretta di tornare ad elezioni in ottobre di fronte ad un rischio obiettivamente difficile da quantificare e del resto il voto così anticipato conveniva soltanto alle smanie di Salvini. 

Bene hanno fatto, quindi, le forze che compongono la nuova maggioranza, a fare un tentativo di dare un altro governo al Paese, anche per ribadire che cos’è una democrazia parlamentare all’ex ministro degli Interni che chiedeva pieni poteri. Si potrebbe dire che stiano provando a fare ciò che già secondo molti di noi avrebbero dovuto fare nel 2018, o ancora meglio nel 2013, quando occupavamo le sedi del PD contro le larghe intese nel timore che diventassero strutturali e rafforzassero quella convinzione, cui molti elettori si erano abbandonati, che in fondo “siano tutti uguali”. La storia non si fa con i se e con i ma, rimane certo il dubbio che ci saremmo risparmiati anni di abbrutimento del confronto politico e soprattutto di politiche che hanno mancato l’obiettivo di ridurre le diseguaglianze ed elevare le condizioni materiali di milioni di persone in difficoltà.

Guai però ad illudersi che il rischio di una vittoria della destra più becera sia sfumato. Per ora è soltanto rimandato. E il consenso ancora forte del discorso leghista potrà essere eroso soltanto se si darà una risposta diversa alla domanda di sicurezza che c’è, in Italia come in Europa, ma che sono convinta sia in realtà una domanda di sicurezza sociale. Una maggior fiducia nelle possibilità di migliorare la propria vita e quella dei propri figli, un po’ più di sicurezza sul proprio futuro, saranno il più potente antidoto all’odio dilagante che trova nel diverso il capro espiatorio più facile verso cui veicolare la propria frustrazione. Servirà anche un lavoro sul linguaggio, che come insiste Michela Murgia è stato utilizzato come potente veicolo d’odio e sessismo. E bene fanno anche Ilvo Diamanti e Brunello Cucinelli ad esprimere l’auspicio che si passi “da tempi feroci a tempi miti”, che si possa ritrovare “il garbo anche in politica”, ridare sobrietà alle istituzioni. 

L’aspetto forse più interessante di questa nuova fase è che due forze politiche che si sono fatte la guerra fino a ieri, per necessità ed urgenza, hanno dovuto concordare un programma di governo che ha natura ben diversa dal “contratto” precedente: mentre quel documento appariva un maldestro collage di slogan elettorali dei due contraenti, qui si può intravedere almeno uno sforzo di costruire una visione condivisa della società, in cui le due forze principali trovano un punto di incontro proprio in ciò che manca all’una e all’altra, e questo potrebbe far maturare un cambiamento positivo in entrambe. Dico potrebbe. Se alle enunciazioni seguiranno volontà e capacità concrete, le risorse necessarie, il capitale umano per segnare davvero un cambiamento, questo lo si verificherà soltanto con il tempo e con i fatti. Eppure non sono affatto convinta, come qualcuno sostiene, che da quest’alleanza scaturirà progressivamente un ritorno al bipolarismo. 

Viviamo un momento paradossale in cui ho l’impressione che una larga parte dell’elettorato sia felice di non avere più il ministro dell’odio al Viminale a fare propaganda sulla pelle dei più deboli, ma al contempo guardi ancora con diffidenza a quest’operazione altamente rischiosa, di cui già nella formazione del governo sono emerse luci ed ombre. Non è detto, cioé, che il solo fatto di aver messo in piedi quest’alternativa convinca i tanti delusi che non si sentono rappresentati dall’offerta politica attuale. L’alternativa per ora ha preso forma, non senza forti oscillazioni e colpi di scena, nelle stanze parlamentari, ma non ha ancora una sua base sociale.

Nel corso dell’ultimo anno abbiamo invece visto in tante piazze del Paese una mobilitazione spontanea e straordinaria, in solidarietà ai migranti da Riace a Milano, per l’onda dei Pride, per la parità di genere nei partecipati cortei di Non Una Di Meno, nei fiumi di studentesse e studenti agli scioperi per il clima dei Fridays for Future, ma anche nelle piazze sindacali, nelle sinergie tra associazioni che hanno fatto resistenza alle follie securitarie, nelle donazioni ai bambini di Lodi come alla Seawatch e Mediterranea. Ad ascoltarla bene, questa mobilitazione che si è costruita fuori dai circuiti dei partiti, ci dice molto di quel che manca all’offerta politica attuale. 

Ci dice che c’è una nuova consapevolezza che le sfide cruciali su cui ci giochiamo il futuro sono la transizione ecologica e la lotta alle diseguaglianze in ogni forma, sfide inscindibilmente connesse tra loro. Lo sono perché gli effetti degli eventi climatici sempre più estremi si abbattono più duramente sulle fasce più deboli della società, su chi non può scegliere dove vivere, dove lavorare, che aria respirare. Non si può lottare efficacemente contro le diseguaglianze se non si affronta al contempo l’emergenza climatica che ne è insieme concausa ed effetto, e viceversa, come scriveva Alex Langer, “la transizione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile”. 

Chi ha frequentato quelle piazze non poteva non rimanere colpito dal fatto che i volti, le speranze, la composizione fossero più o meno gli stessi. Persone che spesso non hanno un riferimento politico. 

Insomma, piazze piene e partiti vuoti. L’intero arco delle forze progressiste ed ecologiste vive infatti una situazione di difficoltà, l’abbiamo visto alle scorse politiche e pure alle scorse europee. Non sono riuscite a raccogliere quella maggior voglia di mobilitazione che abbiamo visto nel Paese, come se fosse schiacciata: da un lato dalle respingenti contraddizioni e lotte intestine del Partito democratico, dall’altro dalla frammentazione incomprensibile del resto della sinistra e degli ecologisti, ugualmente respingente per le forze più fresche e giovani che si stanno muovendo nella società. 

Si è molto discusso in questi giorni dell’uscita di Renzi dal PD. Al di là del tempismo cinico della scelta, fatta appena dopo che il PD si era difficilmente ricompattato sulla linea anche sua di aprire ai 5 stelle, e dopo aver partecipato ai negoziati sulla squadra di governo, sarebbe illusorio pensare che ogni problema del PD si risolva con l’uscita di Renzi. Non si risolve automaticamente il problema della mancanza di una visione chiara, delle scelte di questi anni che hanno prodotto fratture, come la politiche sulla Libia, né si risolve quello, segnalato anche da Zingaretti all’ultima assemblea nazionale, di un partito che in molti territori appare organizzato per correnti che il segretario ha definito feudali. Ma forse questa scissione può contribuire a fare chiarezza, a far partire un processo che superi le contraddizioni, perché il livello di entropia di un partito che prova a tenere dentro tutto e il contrario di tutto fa sprecare molte energie in polemiche interne ed autoreferenziali.

Perché non cogliere quindi l’occasione di questa nuova e strana fase per rimettere profondamente in discussione tutto il campo ecologista e progressista? Cercando con umiltà di riallacciare i fili dell’ascolto con quel che già si muove nella società. Superando gli errori del passato, i politicismi e i personalismi, le logiche identitarie. Il sessismo strisciante anche a sinistra, quando invece in Europa e nel mondo le donne si prendono un nuovo protagonismo. Provando cioé a dare un luogo aperto di confronto a chi condivide una visione del futuro basata su proposte concrete per migliorare la vite delle persone: un Green new deal, grande piano di investimenti pubblici per accompagnare la transizione ecologica che significa porsi il problema di salvare il pianeta ma anche di rilanciare l’occupazione di qualità e in quantità, affrontare il dissesto idrogeologico, fermare il consumo di suolo e rimediare all’incoerenza di spendere 18 MLD all’anno di sussidi all’economia fossile, recuperando risorse da investire su economia verde e circolare. Una proposta complessiva su come affrontare la sfida migratoria (sarebbe stato utile dar seguito alla proposta di Romano Prodi di un ministero specifico), che vada della riforma di Dublino già approvata dal Parlamento europeo, all’apertura di vie legali e sicure di accesso a tutti i Paesi UE, ad una riscrittura della pessima legge Bossi-Fini e un rilancio dell’accoglienza diffusa. Un piano sull’innovazione tecnologica, la ricerca e la formazione (anche online) che permetta di guidare le grandi trasformazioni tecnologiche anziché subirle. Scelte coraggiose di redistribuzione e contrasto alle diseguaglianze prendendo spunto dalle ottime proposte del Forum sulle diseguaglianze guidato da Fabrizio Barca. 

È presto per dire se si creeranno le condizioni perché questo possa avvenire attraverso una ricomposizione di quel che c’è già, rimettendo in discussione a fondo l’esistente, o se invece ci sarà bisogno di una proposta nuova. Quel che è certo è che il Paese non ha bisogno di altri partiti personali, e che non sia al centro che serve fantasia. Anzi, non vorrei essere nei panni di un moderato cui oggi si chiede di scegliere tra il partito del “futuro” di Renzi e quello della “serietà” di Calenda. Come è certo che sarebbe fondamentale che non si disperda quella mobilitazione spontanea che abbiamo visto nei mesi scorsi, una sorta di risveglio civico che aspetta ancora, probabilmente, una casa comune, credibile. Ecologista, progressista e femminista insieme.


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