Nel merito del No, #bastaleggerla

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Il dibattito in vista del referendum costituzionale di domenica è stato poverissimo, tutto politicizzato, personalizzato, e spostato dai contenuti reali della riforma Renzi-Boschi. Le nostre ragioni del No, che portiamo avanti sin da quando di questa riforma si è cominciato a parlare, oltre due anni fa, si basano sul merito e sull’esame dei 47 articoli così come modificati.

I primi problemi sono di forma. Uno degli argomenti più utilizzati dal fronte del Sì, sarebbe quello, piuttosto abusato dall’attuale Presidente del Consiglio, secondo cui chi è a favore è per il cambiamento, tutti gli altri sarebbero conservatori. L’argomento è del tutto inconsistente, perché il cambiamento non è un valore di per sé: può essere in meglio, o in peggio. E questa riforma è un chiaro esempio di cambiamento in peggio dell’impianto costituzionale. Un’occasione mancata di fare più puntuali, umili e condivise revisioni di alcuni punti della Carta.

E’ già del tutto improprio che un Governo si faccia promotore di una revisione costituzionale, che è materia squisitamente parlamentare. La Carta fu approvata con 453 voti a favore e 62 contrari, in una fase storica in cui vigeva già la “conventio ad excludendum”, e quindi in termini di Governo c’erano forti divisioni. Eppure, a riprova che si tratta delle regole fondamentali dell’ordinamento, in cui tutti devono potersi riconoscere, la Carta fu approvata con l’81% dei consensi, ben lontano dal 56% della riforma Renzi-Boschi. Inoltre, allora De Gasperi non interferì mai coi lavori della Costituente, fece un solo intervento e dal suo scranno di deputato: questo perché – come diceva Calamandrei- quando si parla di Costituzione i banchi del governo devono essere vuoti, solo così può formarsi il libero convincimento di quell’assemblea che è sovrana.

Per di più, l’intero iter di approvazione è stato caratterizzato da forzature costanti: canguri e supercanguri, sedute fiume, sembrava di stare in un safari! Quanto di più distante dallo spirito costituente necessario per mettere mano, nella ricerca della maggioranza più ampia possibile, alle regole e principi fondamentali dell’ordinamento. Insomma, sono già riusciti a dividere il Paese sull’unica cosa, forse, su cui era unito e che non metteva costantemente in discussione: complimentoni.

Arriviamo alla sostanza. La composizione del Senato disegnato dalla riforma è ricca di contraddizioni incredibili. Anzitutto, chiariamo definitivamente: non è vero che i senatori saranno eletti direttamente dai cittadini. L’art. 57,2 è modificato in modo inequivocabile, ed afferma chiaramente che “i Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori fra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, fra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori.” Il fatto che il successivo comma 5 dica con una formula vaga che saranno eletti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi” non configura affatto un’elezione diretta, e qualsiasi legge elettorale ordinaria che provasse a limitare il potere così chiaramente assegnato ai Consigli regionali sarebbe di dubbia legittimità costituzionale. Assurdo, poi, parlare di una seconda scheda per il Senato come quella prevista dalla proposta Chiti-Fornaro. Per un ragione di banale logica: la proposta prevederebbe, a detta dei suoi promotori, una seconda scheda per indicare i consiglieri regionali che dovrebbero diventare anche senatori, con un solo candidato per lista, in ogni collegio, e tanti collegi quanti sono i senatori da eleggere in quella regione. Prendiamo ad esempio le 8 regioni e 2 province autonome che dovrebbero eleggere solo un consigliere regionale a senatore: se il candidato scelto dal partito in quella regione per fare anche il senatore, non venisse eletto sulla prima scheda perché non prende abbastanza preferenze? Puff. Fine della Chiti-Fornaro. O vogliono dare per legge poteri premonitori su quali consiglieri prenderanno più preferenze e saranno eletti, nello stesso giorno in cui li si vota, oppure la seconda scheda è impraticabile.

In un momento di grave crisi della democrazia e rappresentanza, anziché interrogarsi su come riallacciare i fili con coloro che non si sentono più rappresentati, questa riforma pare andare nella direzione opposta, e cioè di ridurre ulteriormente gli spazi di democrazia e rappresentanza. Come se, di fronte all’astensionismo che dilaga, ci dicessero: visto che non andate più a votare, vi togliamo direttamente il disturbo. Peraltro si usa l’argomento della riduzione dei costi: una riduzione stimata dalla Ragioneria dello Stato (organo che dipende dal Governo) in 58MLN annui, e cioè un caffè all’anno a cittadino, che però pagherebbe col diritto di scegliersi i propri rappresentanti. Siamo un Paese che spende 50 MLN al giorno in spese militari, per dare un’idea della misura e dei tanti costi che potremmo ridurre domattina, per legge, senza intaccare il delicato equilibrio tra poteri che ogni Costituzione democratica deve garantire.

I parlamentari si possono certamente ridurre, non è certo un tabù, ma bisogna farlo in modo bilanciato tra Camera e Senato (noi con la proposta Civati proponevamo una riduzione di un terzo in entrambe le Camere, e di un terzo della loro indennità, che questa riforma per i 630 deputati non tocca). Altrimenti, quando svolgono funzioni in comune, lo sbilanciamento tra una Camera di 630 con superpremio di maggioranza (come quello garantito dall’Italicum, del 55% dei seggi alla prima lista), e un Senato di 100, rischia di lasciare enorme potere al partito di maggioranza in occasione delle nomine più importanti come quella del Presidente della Repubblica, dei membri laici del CSM e dei giudici costituzionali (per quanto scorporata tra le due Camere).

Un’altra menzogna è quella secondo cui questa riforma rafforzerebbe le autonomie. Nulla, in essa, garantisce che le persone mandate a fare i senatori rappresentino realmente gli enti territoriali di cui pur fanno parte. Si cita a caso il Bundesrat tedesco, ma ci sono almeno due differenze fondamentali: lì siedono i rappresentanti dei governi dei Laender, con chiaro vincolo di mandato che assicura che rappresentino l’interesse del Land che li manda, senza potersi discostare. La seconda è che nei Senati federali, le regioni sono rappresentate tendenzialmente in modo eguale, perché il senso è di creare una camera di compensazione delle differenze tra Regioni, in cui tutte possano discutere alla pari (si pensi al senato americano, o alla Svizzera). Qui invece sarebbero eletti in proporzione alla popolazione: con 8 regioni e 2 province autonome che ne avrebbero solo 2 (poi ci spiegheranno come mai il Trentino con 1 MLN abitanti ne avrebbe 4, e la Liguria con 1,5 MLN ne avrebbe 2), e invece la Lombardia 14, il Veneto e il Piemonte 7. E’ chiaro che questo sistema cristallizzerebbe ed accentuerebbe le differenze tra Regioni, anziché ridurle.

Un’altra chiara stortura deriva dal fatto che sarebbe un Senato a composizione variabile, visto che il mandato dei senatori sarebbe legato al loro mandati di consiglieri regionali o sindaci, e le elezioni regionali ed amministrative si svolgono in momenti diversi. Si conta che nel 2019 cambierebbero già almeno 16 senatori, e nel 2020 ben 26. Insomma, i campioni della governabilità a tutti costi, sono riusciti nel capolavoro di proporre un Senato perenne -poiché il Presidente della Repubblica non avrebbe più il potere di scioglierlo-  ma con una maggioranza variabile di anno in anno, in grado di bloccare leggi importanti come quelle che, ai sensi della prima parte dell’art.70, rimarrebbero a bicameralismo paritario (tra cui le revisioni costituzionali e molte altre importanti materie, comprese quelle connesse all’attuazione della normativa europea).
Non da meno è l’assurdità di avere 5 senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica per 7 anni, che però non rappresentano più la nazione, né ovviamente gli enti territoriali. Verrebbe da chiedersi chi rappresentano. Loro stessi? O il Presidente della Repubblica? Oltretutto in un Senato di 100 peserebbero come un partito del 5%, mica una sciocchezza.

Un altro obiettivo clamorosamente mancato dalla riforma Renzi-Boschi è quello della semplificazione. Non è una riforma che semplifica, ma complica il procedimento legislativo, creandone numerosi, dai contorni vaghi e per materie, che andranno inevitabilmente a creare continui conflitti di competenza davanti alla Corte Costituzionale. Mi avete sentita spesso dire che hanno costituzionalizzato le spallucce. Perché se Camera e Senato non fossero d’accordo sul procedimento da utilizzare su una certa materia, secondo la riforma dovrebbero accordarsi i presidenti di Camera e Senato. E se nemmeno loro, che hanno ovviamente due interessi contrapposti, si mettessero d’accordo? La riforma fa spallucce, non lo dice. Beh, si finirebbe davanti alla Corte, per un inedito conflitto di competenza tra le due Camere, rallentando e complicando il procedimento.

Inoltre, su tutti i procedimenti nuovi (salvo quello bicamerale che rimane per diverse materie) alla Camera potrebbe facilmente  superare ogni parere o proposta di modifica del Senato a maggioranza semplice (o assoluta, in alcuni casi). Col piccolo dettaglio che alla Camera il primo partito, con l’attuale legge elettorale, avrà la maggioranza assoluta di default. Quindi su tutte le materie di valenza più regionale, davanti a ogni proposta di modifica del Senato la Camera potrà rispondere facendo spallucce, e tirando dritto. Le nuove funzioni del Senato sono scritte in modo così vago, che più che poteri sembrano pacche sulle spalle. Che senso ha dire che il nuovo Senato “concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo”, senza dire con chi “concorre”, né quali conseguenze avrebbero questi pareri, se sono vincolanti o anche questi superabili facendo spallucce?

Certo che si può ragionare di un superamento del bicameralismo paritario, ma il punto è: per fare cosa? Non di certo questo pasticcio. Ad esempio si poteva immaginare un Senato di forti poteri di controllo sul Governo, che qui invece sarebbero demandati alla Camera, governata dalla stessa maggioranza che esprime il Governo. Controllori compagni di partito dei controllati, un capolavoro. Oppure si poteva creare un vero Senato delle Regioni, ma questo come spiegavo sopra è tutt’altra cosa. Insomma, passare da un bicameralismo perfetto ad un bicameralismo malfatto, che causerebbe più problemi di quelli che voleva risolvere, anche no.

Lo svilimento delle autonomie si vede anche nella foga accentratrice che anima la revisione del titolo V. Non solo per l’accentramento di importanti competenze (per citarne due tra tutte, il commercio con l’estero e la produzione e distribuzione di energia nazionale), ma anche per la clausola di supremazia, secondo cui al Governo basta invocare un non meglio precisato interesse nazionale per avocare a sé potenzialmente ogni competenza regionale (poi partirebbe un procedimento bicamerale, ma le Regioni non sarebbero felici di essere facilmente espropriate di ogni competenza). Interesse nazionale che inspiegabilmente, però, si fermerebbe ai confini delle Regioni a Statuto speciale, cui la riforma del titolo V non si applicherà fino alla revisione degli Statuti speciali. Hanno poco da star tranquilli, comunque, visto che a detta di alcuni studiosi l’incompatibilità prevista tra consigliere regionale e membro delle Camere rende necessaria una modifica degli Statuti speciali anche solo per poter avere rappresentanti nel nuovo Senato.

Infine, la riforma costituzionalizza i meri auspici : non è vero che rafforza la legge di iniziativa popolare, l’unica certezza sarebbe un aumento da 50mila a 150mila firme necessarie per presentarle. Mentre fa un mero rinvio ad eventuale modifica dei regolamenti parlamentari per garantire le forme e i limiti della discussione e approvazione. Così come rinvia ad un’eventuale legge costituzionale per istituire referendum propositivi, legge che potremmo aspettare 22 anni come per quella attuativa del referendum abrogativo. E nemmeno è vero che rafforzerebbe il referendum abrogativo: abbasserebbe il quorum solo per le proposte che superano 800mila firme, ma persino il PD ne ha raccolte solo 504mila su questo referendum. Si tratta di una soglia quasi irraggiungibile, se non per grandi corpi intermedi, ma questi strumenti dovrebbero essere a portata dei cittadini. Se avessero voluto davvero rafforzarli, bastava inserire – come noi proponevamo – la possibilità di firma elettronica, peraltro già prevista per le Iniziative dei Cittadini Europei.

Insomma, una riforma profondamente accentratrice su due piani: dei poteri dal legislativo verso l’esecutivo (e non ha bisogno di toccare le norme sui poteri del Governo per farlo, basta indebolire pesi e contrappesi ed avere una Camera con forte maggioranza del partito che governa) e dalle Regioni verso lo Stato. Peraltro, stanno sbagliando bersaglio. I sostenitori del Sì dicono che bisogna velocizzare per stare al passo coi tempi. Eppure in queste legislatura, su 224 leggi approvate, 180 hanno avuto un solo passaggio nelle due Camere, 39 un terzo passaggio, e soltanto 4 hanno fatto il famoso “ping pong” con due passaggi in entrambe le Camere. Siamo il secondo paese in Europa per quantità di leggi prodotte all’anno, ben sopra la media europea e appena dietro la Germania. Quando s’è voluto fare una legge è passata in venti giorni, come la Fornero. Francamente non mi pare che abbiamo un problema di fare più leggi e quindi più velocemente, ma magari di farne migliori, di ottimizzare e razionalizzare la produzione normativa. Il paradosso, poi, è sentire membri del Governo dirci che “è il Senato che blocca le leggi che servono al Paese.” Quindi ci state dicendo che se la legge sul consumo di suolo e quella contro l’omofobia sono bloccate al Senato, c’è lì la Costituzione a tenere bloccata la porta? E non è forse perché nella maggioranza che governa c’é gente che quelle leggi non le vuole far passare? Si potrebbe dire che siano i frenatori di se stessi. Anziché prendersi le proprie responsabilità, preferiscono scaricarle sull’impianto costituzionale, quando il problema è tutto politico.

Mi pare che ci siano moltissime ragioni di merito – e ho provate ad elencare le maggiori- che dimostrano che per convincersi a votare contro #bastaleggerla. 😉

Elly Schlein

p.s. a chi si accontenta di un argomento tutto politico, come quello del “chi vota NO vota come Casapound”, ricordo che nel 2011 quando votammo per l’acqua pubblica e contro il legittimo impedimento, votammo come Forza Nuova e CasaPound, e quando votammo contro la riforma di Berlusconi nel 2006, lo fece anche l’MSI. Non mi pare che allora si sia scandalizzato nessuno, o abbia cambiato idea sull’acqua pubblica. Anche perché, se una riforma tocca 47 articoli della Costituzione, quasi un terzo, ci possono essere tanti e diversi motivi per essere contrari. A me quelli di Berlusconi o Salvini francamente non interessano, come spero di aver spiegato a sufficienza mi bastano i nostri, di motivi, basati sul merito di cosa cambierebbe in concreto. Domenica si vota sulla Costituzione, che è fatta per durare generazioni, votare pensando alla contingenza politica dell’oggi anziché al testo della riforma sarebbe un errore imperdonabile, anche verso chi verrà dopo di noi.

p.p.s. a chi dice che “intanto approviamo questa, poi la miglioreremo, altrimenti non cambia niente” vorrei ricordare che questo cambiamento è peggiorativo, e se passa, poi ce lo teniamo per chissà quanto. Anche perché con quel Senato a maggioranze variabili sarebbe molto più difficile modificare la Costituzione. Invece, ci sarebbe già domattina una maggioranza trasversale per alcune, più puntuali, umili e condivise modifiche alla Costituzione, come quelle che avevamo proposto in Parlamento basandoci sui programmi delle maggiori forze politiche nel 2013, e poi riprese in questo documento di alcuni costituzionalisti: un Senato che non vota la fiducia ma con forti poteri di controllo sul Governo, una riduzione bilanciata dei parlamentari e della loro indennità, una commissione paritetica per facilitare l’accordo tra Camere, e un potenziamento reale degli istituti di democrazia diretta. Cambiare si può, ma bisogna farlo in meglio, non in peggio.


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